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Aldo Monticelli, il poeta ambulante

24.10.2013 01:26

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Poesie a 80 centesimi. Scritte fitte, su piccoli foglietti fotocopiati. Non si acquistano nei negozi, ma agli angoli delle strade, o in metropolitana, sui tram. L'autore è un signore curvo, con la barbetta bianca e il cappello nero. Si chiama Aldo Monticelli: classe 1944, di professione poeta ambulante. Abita al Giambellino, ma le sue giornate si consumano inevitabilmente, ormai da tempo, poche strade più a sud: lungo le sponde trafficate della Darsena. Da 13 anni, ogni mattina esce presto di casa. Sotto al braccio porta uno sgabello. In mano, una borsa azzurra piena di fogli, e un cartello che avverte: “Vendo emozioni”. Prende la metropolitana e si avvia verso i navigli. Poi si siede, non importa dove: lungo gli argini, se è estate. Oppure sui ponti, fra le bancarelle dei mercati rionali.

Solo d’inverno, quando fa freddo, preferisce evitare l’aria aperta: e allora scende le scale, e sistema il suo seggiolino di legno appena oltre il gabbiotto dell’Atm, sotto la calotta affollata della metropolitana di Porta Genova. Sorride, parla con chi vuole ascoltarlo. Qualcuno si ferma. Altri, più spesso, si accontentano di un’occhiata. Tutti, però, hanno imparato a conoscerlo: sanno che lo ritroveranno lì, anche il giorno dopo. Un specie di vecchio amico. Forse l’ultima delle certezze, in un quartiere che sta cambiando volto, ma non il cuore.

“Vivo così – racconta lui -. Con una ventina di euro al giorno: non bevo, non fumo. Per il cibo mi arrangio. Ho parenti che mi danno un letto e i vestiti li trovo usati. Scrivo, mi sento libero, e sono felice”. Aldo Monticelli è l'ultimo dei cantastorie. Una scelta maturata per amore, più che per forza. Perché l'impiego stabile, ai tempi, lui ce l'aveva. Era perito elettronico. “Aggiustavo scanner, viaggiavo molto, e guadagnavo altrettanto”. Una vita comune, routinaria: forse troppo. Ma poi, d'improvviso, tutto cambiò. “Un bel giorno arrivò il digitale, arrivarono i software. Forse avrei dovuto adeguarmi. Però, decisi di non farlo. In fondo, sentivo che c'era qualcosa mi mancava: avevo bisogno di una vita nuova”. Meno etichette e meno apparenze: nel 1994, Aldo Monticelli scrisse la sua prima poesia. “Osservai allora una cosa stranissima – ricorda -. Quando si accorsero di ciò che stavo facendo, molti dei vecchi amici, semplicemente non mi guardarono più. Restarono solo in pochi, i più sinceri. E fu questo il mio primo vero guadagno”.

Il resto, poi, venne da sé: “Mi licenziai, cominciai a stampare i miei versi. Capii che per campare avrei dovuto venderli, e decisi di farlo qui. Ho sempre amato i navigli. Da piccolo, gran parte del mio tempo lo trascorrevo da queste parti. Oggi, ovviamente, molto è cambiato. Ricordo i bei mercati di una volta, con le bancarelle, gli artigiani, e le “sciure” dai capelli bianchi. Sembrava di stare in un grande paesotto, mentre la città appariva tanto lontana, e anche un poco triste. Tutto questo non c’è più. Solo d’estate, a volte, c’è chi prova a ricreare quell’atmosfera. Fanno le notti bianche, o come le chiamano. Ma sono tentativi tutto sommato abbastanza ridicoli”.

Lui, certo, verso le grandi manifestazioni non ha mai dimostrato particolari entusiasmi. La sua storia è un inno ai piccoli piaceri: intellettuali, più che materiali. Quegli stessi piaceri che, ogni giorno, si sforza di imprimere sulle sue piccole fotocopie. “Non mi piace giudicare. Quel che faccio, è osservare, riflettere, e scrivere. Non so a quanto possa servire. Ma sono certo che, se tutti si sforzassero di fare come me, forse questa città sarebbe un po’ migliore”. Parola di Aldo, che scrive poesie. E che le vende, al prezzo di un caffè.

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